Belgio, foreste sottili e vento che cambia idea: il DP World Tour riparte dal Soudal Open e porta con sé sette italiani in cerca di spazio, ritmo e colpi che restano in testa quanto un ritornello d’estate. A Rinkven International Golf Club, vicino ad Anversa, torna quella sensazione di attesa: fairway stretti, scelte nette, e la voglia di misurarsi con il momento.
Il Soudal Open 2026 non è una passerella. È un test di precisione. Il Rinkven vive di legno e di silenzi, con green che chiedono rispetto e un rough che non perdona. Chi entra corto, esce lungo. In palio c’è un montepremi di 2,75 milioni di dollari e 3.500 punti per la Race to Dubai: numeri che pesano, soprattutto ora che la stagione europea cambia ritmo dopo il PGA Championship.
Il field è profondo e competitivo. Spicca il sudafricano Yurav Premlall, fresco del primo titolo sul Tour in Spagna. Gli spagnoli arrivano compatti: Eugenio Chacarra, Angel Hidalgo, Rafa Cabrera Bello, Manuel Elvira e Jorge Campillo. Danimarca presente con Niklas Norgaard e Jacob Skov Olesen. Francia che spinge con Martin Couvra e Ugo Coussaud. E poi lo scozzese Calum Hill, stagione solidissima, e il neozelandese Daniel Hillier, noto per alzare il livello quando il contesto si fa grande. Non c’è un favorito unico, e questo rende tutto più vero.
Gli italiani sono sette: Renato Paratore, Matteo Manassero, Francesco Laporta, Gregorio De Leo, Filippo Celli, Stefano Mazzoli ed Edoardo Molinari. Setti nomi, sette strade per entrare nel torneo e restarci fino alla domenica.
I riflettori, stavolta, cadono su Filippo Celli. Arriva in Belgio con una spinta rara: la recente qualificazione allo U.S. Open, terzo major dell’anno, in programma a Shinnecock Hills. Ha strappato il pass nella Final Qualifying con 67-66, totale -11. Numeri secchi, senza fronzoli. Tradotti: fiducia alta, timing giusto, capacità di chiudere i giri quando la pressione si fa concreta. Rinkven premia questa attitudine.
Occhio anche a Stefano Mazzoli. Ha sfiorato la top 10 al Catalunya Championship e, dopo la sosta coincisa con il PGA, porta in Belgio sensazioni buone. La sua traiettoria recente dice ordine e pazienza: due qualità che su un percorso così contano quanto la distanza dal tee. Molto dipenderà dal ferro medio: chi trova il lato giusto del green, qui, risparmia colpi e pensieri.
E poi c’è la sicurezza gentile di Edoardo Molinari, l’esperienza di Manassero che sta riscrivendo il suo percorso, la solidità pragmatica di Laporta, l’istinto di Paratore e la fame buona di De Leo. Sette profili diversi, un obiettivo comune: stare nella parte alta del tabellone già dal venerdì, quando di solito il torneo decide chi può sognare e chi deve ricominciare.
C’è un dettaglio che vale per tutti: a Rinkven la gestione del vento cambia il senso di un giro. Una bandiera che si muove diversamente al 14 può ribaltare due ore di lavoro. Capita spesso in Belgio, e spesso nei tornei che segnano il confine tra routine e ambizione.
La domanda, allora, è semplice: chi tra questi sette avrà il coraggio di restare fedele al proprio piano quando l’aria gira e il margine si assottiglia? A volte basta un legno 3 ben piazzato, un putt da tre metri che entra pulito, lo sguardo che non scappa. Il resto, qui, lo fa il silenzio tra un colpo e l’altro. E quel silenzio, di solito, premia chi non ha fretta.
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