Una settimana di golf fra vento australe e colline di Stellenbosch. Il DP World Tour arriva in Sudafrica con storie che si intrecciano: ambizione, riscatto, tradizione. Tre azzurri in campo, un fuoriclasse americano in copertina, e porte che si spalancano sui Major.
Dal 26 febbraio al 1° marzo, il DP World Tour fa tappa a Stellenbosch per l’Investec South African Open Championship. È l’undicesimo evento della stagione e il sesto dell’International Swing. In gara ci sono Francesco Laporta, Matteo Manassero e Gregorio De Leo.
A difendere il titolo è il sudafricano Dylan Naidoo, campione in carica dopo il playoff vinto su Laurie Canter. Il field è profondo. Spiccano Andy Sullivan, già re dell’Open nel 2015, e tre volti caldissimi della Race to Dubai come Julien Guerrier, Nacho Elvira e Calum Hill.
L’attenzione, però, si posa su Patrick Reed. È il leader della Race to Dubai e oggi numero 18 del World Ranking. Per lui è il debutto in Sudafrica. È anche il ventesimo Paese diverso in cui gareggia sul Tour. Nel 2026 ha già firmato due vittorie, a Dubai e in Qatar, più un secondo posto in Bahrain. Ha già vinto l’International Swing in modo matematico. E ora punta a un obiettivo raro: diventare il secondo americano a chiudere da numero uno in Europa, dopo Collin Morikawa. In borsa, oltre ai ferri, porta quella sicurezza da campione del Masters 2018. E una domanda silenziosa: quanto lontano può spingersi ancora?
Laporta arriva con il passo giusto. Ha 35 anni, viene da Castellana Grotte e ha chiuso quarto in Kenya. È il suo miglior risultato dell’anno, indice di condizione e fiducia. Sui green sudafricani gli basta tenere il ritmo in partenza e leggere bene il vento. Sa capitalizzare i par 5. Se il putt regge, entra in corsa la domenica.
Gregorio De Leo è il presente che morde. Ha 25 anni, ha staccato il biglietto passando dalla Qualifica e ha già messo cinque tagli su sei. Dati semplici e solidi. Non fa rumore, ma costruisce. Il Sudafrica, spesso, premia chi resta in carreggiata senza strappi.
Per Matteo Manassero, 32 anni, l’Open è uno snodo emotivo. Arriva da un taglio mancato in Kenya. Serve una partenza pulita, un giro senza sbavature per rimettere la barra al centro. Ha l’eleganza dello swing e l’esperienza per gestire i momenti caldi. Quando il timing torna, si sente immediatamente.
Il fascino dell’Open sudafricano è antico. È uno dei tornei nazionali più longevi del mondo, e il pubblico di casa spinge forte. La striscia in corso parla chiaro: sono sette i campioni di passaporto sudafricano nelle ultime edizioni. Oltre a Naidoo, attenzione a Casey Jarvis, fresco vincitore in Kenya, e ai colpi pieni di Thriston Lawrence e Dean Burmester. In campo c’è anche Ernie Els, cinque volte campione e simbolo di questa terra.
Brilla il talento di Jayden Schaper, che cerca la terza vittoria stagionale, mentre l’amateur Jack Buchanan, entrato dopo l’Africa Amateur Championship, insegue la Freddie Tait Cup destinata al miglior dilettante che supera il taglio.
Il montepremi è di 1,5 milioni di dollari. Ma qui il valore va oltre i soldi. Per la prima volta, il vincitore riceverà un invito diretto al The Masters ad Augusta. In più, ci sono tre posti per il 154° The Open al Royal Birkdale. È il tipo di settimana che cambia carriere. Una palla piazzata bene il venerdì può valere un’estate diversa. Una domenica lucida può aprire una vita.
E allora, davanti a vigneti e luci lunghe del tramonto, viene naturale chiedersi: chi troverà il colpo che resta? Forse un italiano, forse un idolo di casa, forse l’americano col cappellino basso. Il bello è che, fino all’ultima bandierina, lo sport ci costringe a immaginare. E a crederci un po’. Sempre.
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