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The Open: L’evoluzione del golf tra spettacolo e perdita d’identità

Il rumore del vento sulle dune, il passo lento dei giocatori, la folla che sussurra: per molti, il cuore del golf è ancora lì. Ma al The Open, tra lounge scintillanti e pacchetti hospitality, la tradizione si misura ormai anche in chilometri di vetrine e metri di cordoni. È progresso o resa?

Il 154° The Open si gioca al Royal Birkdale di Southport, dal 16 al 19 luglio. In campo ci sono Francesco Molinari e Francesco Laporta. Il campione in carica è Scottie Scheffler. Fin qui i fatti, chiari. C’è anche un’eredità che parla italiano: la Claret Jug che Molinari alzò nel 2018. Un segno che resta.

Poi c’è il resto. L’evento ha ormai la grandezza di un’industria. Gli ingressi si dividono in livelli con nomi lucidi: “Signature”, “Platinum”, “Premium”, “Select”. Cambia il prezzo. Cambia la distanza dal gioco. Cambia perfino la possibilità di toccare con mano i trofei, o di entrare nei salotti come i “Clarets” sulla 17. Ogni gesto ha un valore. Ogni passo un tariffario.

Tradizione contro format-spettacolo

Un tempo i tornei erano più semplici. I campioni condividevano gli spogliatoi del club. Si fermavano a parlare con chi li seguiva. La notte, qualcuno tornava in campo per due buche con i soci. Oggi la scena è diversa. La R&A ha adottato una visione commerciale piena, dal merchandising ai servizi premium. È logico, dicono. È il mercato. Ma la domanda resta: il golf guadagna o perde la sua identità?

I numeri raccontano la spinta. Nel 2017 l’Open superò le 230.000 presenze. Per le prossime edizioni si prevede di arrivare intorno alle 300.000 complessive. Sono stime, non tutte ufficiali. Ma indicano una rotta netta: più biglietti, più ricavi, più vetrine. E più compromessi.

Il campo che parla, non l’arena

C’è un punto che inquieta più del listino prezzi: il campo stesso. Un links non è una pista. È un organismo vivo. Ogni duna piega il colpo. Ogni rimbalzo disegna una scelta. Intervenire per “farci stare” più pubblico o per costruire percorsi di servizio rischia di snaturare il disegno. Nascono campi “Frankenstein”, con buche che sembrano provenire da un altro posto.

Non è solo teoria. Riguardo ai ritocchi del 2017 all’Old Course di St Andrews, lo stesso Scottie Scheffler ha notato come alcune buche paiano appartenere a un tracciato diverso. La frase circola da tempo, anche se le sfumature precise non sono sempre confermate. Il punto, però, non cambia: quando il flusso detta legge, il campo smette di parlare.

E qui torna l’immagine più forte. Vedi l’auto di lusso parcheggiata a bordo tee. Vedi la coda al negozio gigante. Vedi famiglie felici con il cappellino nuovo. Va bene così? In parte sì. Il golf ha bisogno di pubblico giovane, di racconti nuovi, di accessibilità. Ma accessibilità non è esclusione dal bordo green. Modernità non è per forza sovrascrivere la tradizione.

A Royal Birkdale, tra vento e rough, si gioca un’altra partita. È invisibile e vale più dello score. È la scelta tra arena e paesaggio, tra spettacolo e gioco. Quando l’ultimo putt cadrà e il brusio scemerà, resterà la linea della costa. E una domanda semplice, che ciascuno sentirà propria: quanto vale, per te, stare davvero vicino al colpo che non dimenticherai?

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