Vento di mare, dunes alte come tribune e una coppa che luccica in controluce: il 154° The Open torna al Royal Birkdale, e l’Italia arriva con due facce uguali e opposte, l’esperienza di Molinari e la fame di Laporta. È l’ultimo atto di stagione, il momento in cui il golf si fa respiro corto e mani ferme.
Tra il 16 e il 19 luglio, il Royal Birkdale di Southport accoglie il 154° The Open Championship, ultimo Major del 2026. Il campo è colmo: 156 giocatori, taglio duro, rough che punisce. Il vento fa da arbitro, la sabbia decide gli errori. In cima al ranking c’è Scottie Scheffler (classifiche soggette ad aggiornamenti), chiamato a difendere la Claret Jug. A inseguire, nomi che non hanno bisogno di presentazioni: Rory McIlroy, Xander Schauffele, Matt Fitzpatrick. E un’Inghilterra che spera nell’uomo di casa, Tommy Fleetwood.
Royal Birkdale, vento e memoria
Birkdale è storia viva del torneo: undicesima edizione su questo links, l’ultima nel 2017, quando vinse Jordan Spieth dopo una domenica tesa come un filo. Nel 1998, da queste parti, un giovanissimo Justin Rose piazzò un colpo dal rough al 18 che fece il giro del mondo e gli valse la low amateur. È un campo che non regala nulla: fairway ondulati, green riparati tra le dune, bunker a labbro alto. Nel 2017 il set-up fu un par 70 attorno alle 7.150 yard; il settaggio 2026 può variare, ma la sostanza resta: precisione, ritmo, nervi calmi.
Il tifo locale spingerà Tommy Fleetwood. Nato qui, cresciuto tra links e pioggia fine, cerca quel primo Major che cambierebbe la sua traiettoria. C’è anche una piccola maledizione da spezzare: l’ultimo inglese a vincere il The Open su suolo inglese è stato Tony Jacklin nel 1969. Mezzo secolo di attesa pesa sulle spalle, ma Birkdale a volte abbraccia i suoi.
Molinari e Laporta, perché può essere il loro Open
L’Italia guarda a Francesco Molinari. Nel 2018, a Carnoustie, è stato il primo azzurro a sollevare la Claret Jug. Sa come si vince qui: non con la forza, ma con l’ordine. Colpi pieni, scelte prudenti, nessun fronzolo. Arriva da past winner, con un bagaglio enorme di DP World Tour e il ruolo di vicecapitano europeo verso la Ryder Cup. Sono dettagli che non finiscono sullo score, ma aiutano quando il vento cambia di tre nodi tra il backswing e l’impatto.
Accanto a lui c’è Francesco Laporta, al debutto nel The Open grazie al piazzamento utile nell’Investec South African Open. Storia diversa: gavetta tra tour, tre titoli in carriera, crescita paziente. Laporta porta un golf concreto, palla bassa, ritmo asciutto. È il profilo che su un links può fiorire all’improvviso. Se il meteo si mette di traverso e il torneo diventa una gara di pazienza, il suo nome potrebbe salire silenzioso sul leaderboard.
Il torneo include anche dieci amateur in corsa per la Silver Medal. È un premio che dice futuro: l’hanno alzata, tra gli altri, Tiger Woods, Justin Rose, Rory McIlroy, Matt Fitzpatrick. L’Italia lo conosce bene: Filippo Celli la vinse nel 2022, tredici anni dopo Matteo Manassero. Anche qui il filo è sottile: basta un giro senza sbavature, un’uscita dal bunker pulita, un putt da tre metri che rimane al centro. E la vita cambia.
Il resto è la solita verità di The Open: il meteo scompiglia, il campo seleziona, la pressione fa il resto. Gli americani arrivano profondi, gli europei conoscono l’aria di mare. E noi, davanti allo schermo, riconosciamo il gesto: una pallina che atterra corta, corre, si ferma un metro prima del pericolo. Non è poesia. È tecnica, è fede, è tempismo. Chissà se, tra una raffica e un rimbalzo capriccioso, sentirà più forte la voce d’Italia: sarà il giorno di Molinari o la prima grande pagina di Laporta?