Royal Birkdale si sveglia nel vento, tra erba alta e sguardi tesi. In una giornata che doveva parlare solo di colpi perfetti, l’Open si ritrova con un caso caldo: regole, pressione e un protagonista che non si nasconde. Il golf, quello vero, quando decide di mordere lo fa senza avvertire.
C’è un motivo se il Royal Birkdale è temuto e amato. L’Open Championship qui non si gioca soltanto col ferro in mano, ma anche con la testa. La seconda giornata ha mostrato le due facce del major: estasi per chi vola, tensione per chi inciampa. E un’intera classifica che cambia in pochi minuti, lontano dal green.
A bordocampo si sente la frizione tra regolamento e istinto. I giocatori camminano sul filo. Un’onda sposta un ciuffo d’erba, un passo cambia l’angolo di uno swing. Non è romanticismo: è il golf, disciplina dove il dettaglio vale più di una scusa.
Il nodo arriva alla 5, nel rough. Bryson DeChambeau si prepara al colpo. L’erba è alta, nervosa. Gli ufficiali della R&A rivedono l’azione: prima del backswing, un passo dietro alla palla avrebbe appiattito la vegetazione. È qui che si apre la miccia. Il regolamento non guarda all’intenzione, ma all’effetto.
Con la successiva decisione, la buca cambia volto: il bogey diventa triplo, lo score della 5 passa da 5 a 7. L’americano scivola da -7 a -5, dal secondo posto in solitaria alla quinta piazza a pari con Sam Burns e Si Woo Kim. La classifica respira, poi si riscrive. Prima di firmare lo score (66, -4 di giornata), DeChambeau discute a lungo. Torna sul punto dell’episodio insieme ai responsabili. Contesta, si sfoga. Per qualche ora circola l’idea che possa non presentarsi al terzo giro. A mezzanotte la virata: “Sono deluso, non d’accordo, ma vado avanti”. È il lato umano del professionista: morsi a caldo, lucidità a freddo.
Grant Moir, direttore esecutivo della R&A, spiega che la Regola 8.1 vieta di “migliorare le condizioni che influenzano il colpo”, compresa l’area del backswing, anche se l’azione è involontaria. Nel caso specifico, l’erba dietro la palla sarebbe stata modificata. La penalità di due colpi è quindi “inevitabile”. È la grammatica del golf: si gioca anche con ciò che non si tocca, ma che si altera.
Intanto, in vetta resta Lucas Herbert, autore di uno straordinario 62. Sull’ultima, il putt per lo storico 61 — mai visto in un major maschile — sfiora il bordo e scappa via. Dietro, Jackson Suber, Cameron Young e Ryan Gerard si tengono in scia. Il torneo resta vivo, elastico, pronto a piegarsi al primo refolo.
C’è spazio anche per i nervi. Jon Rahm riceve un richiamo ufficiale per il lancio di una mazza alla 15: alla prossima, rischia due colpi di penalità. E il taglio morde nomi pesanti: fuori Justin Rose, Matt Fitzpatrick, Jordan Spieth, Brian Harman, Cameron Smith, Wyndham Clark, Joaquín Niemann. È un Open che non fa sconti ai curriculum.
Sotto tutto questo, resta una domanda semplice. In un major dove l’erba parla e il vento firma i punteggi, quanto siamo disposti ad accettare che il margine tra giusto e sbagliato stia in un passo di troppo? Il weekend dirà se la ferita di DeChambeau diventerà cicatrice o benzina. Il fairway, dopotutto, perdona solo chi lo ascolta.
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